1: Dov’è l’errore?

VW_pag. 18
Purtroppo devo ammettere che chi fa il correttore di bozze non riesce più a leggere senza individuare un errore. Questo è quello che accade a me, ma potrei pensare a un musicista che sente una nota sbagliata a distanza… Così ho pensato di mettere alla prova anche voi, miei cari visitatori. Trovate l’errore e vincerete… un altro errore!!! Simonetta
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Milano, Oscar Mondadori, 2000, p. 18

Capigruppo e non capigruppi: mi consolo con il vocabolario!

LemmingsNell’articolo di Peter Gomez, Un parlamento di pellegrini, di ieri, pubblicato ne il Fatto quotidiano.it, c’è un’analisi amara e quanto mai realistica della situazione odierna dell’Italia. Lascio leggere in “pace” il pezzo, non voglio commentare oltre, la tristezza mi si appaga faticosamente con la vignetta… e mi rallegro del plurale giusto di “capogruppo” che non è “capigruppi”, ma “capigruppo”. L’ottimo Gomez non ha commesso l’errore che invece tanti giornalisti RAI continuano a fare. Eppure i buoni vocabolari d’italiano ce ne stanno, eccome, anche on line. Possibile che neanche un dubbio assale tali penne autorevoli nel pensare un plurale di una parola composta?
Simonetta

Forum TV n° 60

EVVIVA I SIMPSON!!!

Buongiorno Prof. Grasso, una settimana fa (contro la mia volontà, ma al marito si perdona tutto, o quasi!) Sky è arrivato in casa mia, dopo vari passaggi di fili. Le prime due sere, lì a girar per canali. Le altre due, a sintonizzare il digitale terrestre in cucina e di nuovo a girare per canali nell’altro televisore. Morale: da quattro giorni mi diletto a guardare I Simpson. Come temevo: grande offerta, pochi contenuti. Con Homer mi rilasso, mi diverto e medito su quella finta società che ricalca la nostra come uno specchio non tanto deformato. Il tempo è poco per guardare la TV, così la sera non riesco a programmare una quotidianità orizzontale delle trasmissioni, perdendomi il gusto dell’abitudine dei programmi (già abbondantemente devastata in questi ultimi anni…). Spero d’intercettare i “romanzi” che Lei cita nel bellissimo articolo di domenica ne “La Lettura” del Corsera. Trama e linguaggio appropriato, ricami di personalità e intrecci di visi giusti, sono le poche cose che si ricordano e che possono raccontare una storia. Essere immersi in una narrazione e farlo con strumenti immediati, dalla pagina allo schermo, è un traino per ritornare alla pagina stessa per cercare emozioni. Sì, Prof, gli americani lo sanno fare benissimo e chissà se un domani anche noi italiani potremmo fare lo stesso, lasciando da parte lacrimevoli tragedie e dando più fiducia ai nostri cervelli.

Cordialità romanzata Simonetta

Forum TV n° 59

Giovedì, 27 ottobre 2011

“La morte in diretta”: come ti confondo le idee.

Gent.mo Prof. Grasso, che cosa c’è di meglio che il traslocare la realtà nel mistero? Che cosa c’è di meglio che il porsi le domande e già sapere che non ci saranno risposte? È chiaro i mass media hanno scelto la via della confusione, meglio se con nebbia; il loro sport è cianciare all’infinito sull’inevitabile della vita. Parlare e confrontarsi su temi d’attualità in maniera seria, come il conclamato annegamento del nostro Paese, è troppo facile e maledettamente urgente. Se il popolo si indignasse veramente, altro che 15 ottobre a Roma… Quindi affossiamo le menti nel torbido, nella PAURA, nel sangue senza alcun rispetto per chi ne è stritolato. È avvilente come preti, avvocati, giornalisti, psichiatri, ex-detective, si arrovellano le sinapsi intorno a morti più o meno fotogeniche. Poi, a sfogliar le cronache, italiane ed estere, si possono contare migliaia di giovani morti sul lavoro, intere famiglie ammazzate di fame, ossa martoriate dai terremoti, violenze perpretrate nei secoli alla terra, agli animali… a noi stessi che siamo ciechi pur vedendo. Chiaro, in quei casi non ci sono i cellulari o le telecamere a fare avanti e indietro nei fotogrammi a mostrare rivoli di sangue e a cercare il pelo nell’uovo. Viceversa, avere la possibilità di decifrare ogni chicco di polvere, aiuta a sconfinare nel macabro e nell’ansia indotta, nel cercare ciò che palesemente non possiamo filmare o registrare. Gli istinti primitivi dell’uomo si guadagnano i primi piani ed ecco che vedi la fatica negli occhi di chi conduce improbabili talk show nel tentativo di riempire i vuoti inevitabili che affiorano a forza di ripetere le stesse cose per giorni e giorni. Sì, è quello il terrore da codificare e che spaventa: poveri opinionisti salvate chi non ha nulla da dire ma parla di continuo. Salvate un minimo di dignità e che venga usata per stendere un velo pietoso sulle carni defunte di tutte, ma tutte, le anime di questo vivere.

Cordialità Simonetta