Dall’infinito, il finito?

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Michelangelo, modernità nel passato, contemporaneità anticipata. Le tensioni emotive che ci racconta nella pietra mi accompagnano da sempre. Quando da bambina mi sono ritrovata minuscola di fronte a I prigioni, ho tremato di vita: da allora ho sempre saputo che l’esistenza è questo infinito movimento tra ciò che non siamo e ciò che siamo. Eterna sofferenza per cercare la nostra anima in un groviglio di pensieri. Il blocco di pietra, feto grezzo di natura, raccoglie le dinamiche di crescita e di scoperta caratteristiche dell’uomo. Michelangelo ce lo narra tra Quattrocento e Cinquecento, e lo scrive nella dura materia. Adesso, penso molto a questi miei giorni progrediti nella tecnologia e per niente affrancati da quel blocco di sasso. Lui è sempre intorno alle nostre realtà. Anzi, coinvolge più parti del mondo che il mio conterraneo non ha conosciuto. Adesso tutta la terra è imprigionta nella dura materia. Quei muscoli dovranno reggere un peso più gravoso: la forza della nostra intelligenza non si lasci affogare nel fango. Terra anch’esso, ma debole e tritata nelle maglie delle ipocrisie della irrazionale fuga dalle reali potenzialità del mondo. Consapevolezza e concretezza, pensiero e razionalità  le vorrei protagoniste di uno sviluppo che ha brutalizzato la bellezza pura dell’uomo. Ritornando alla pietra, raccoglieremo energia per il futuro.

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