Le facce dell’apparenza.

Come ogni fine settimana ritorno nel mio piccolo paesino a trovare i miei genitori. Nell’arco di una cinquantina di chilometri, vedo lo scorrere innaturale del tempo. Da una città caotica e confusa a poche anime composte di una quotidianità che è divenuta vita. I ritmi sono leggermenti sconvolti dal via vai che non c’è; lì tutto arriva in ritardo, come se quelle case siano sospese in un’altra realtà. Tutti sanno di tutti fino a essere protetti dai pensieri che non ti appartengono e dalle comprensioni che si fanno familiari anche se il ceppo è un altro. I problemi ansiosi di un lavoro in debole equilibrio, i suoni snervanti del giorno scompaiono e la testa insieme allo sguardo si perde in un verde fin troppo naturale. Sì che però la realtà fa uno strano capolino nei racconti dei tuoi fidati amici che ti confessano i gravi ostacoli, da superare appena uno o due chilometri più in là. Comunque tutto si svolge nella melensa danza di anni e anni d’immobilismo apatico. Le eccezioni si evidenziano nelle sfavillanti vetture lussosissime che trovo di volta in volta nel mio paesello. Osservo come baldanzosi e fieri di quello status symbol se ne stanno seduti alla guida, controllando se li stai a guardare. E sì li ho visti. E la pena mi stringe lo stomaco. Come non accorgersi che la terra sta franando sotto i nostri piedi tra il sangue e le lacrime di innocenti, non sotto casa nostra in senso stretto, ma poco più in là. Appena qualche metro dopo il lussureggiante bosco che circonda le casette ordinate delle mie origini. I signorotti ben vestiti e truccati sfoggiano le belle e ricche appartenenze in una sorta di mistica apparenza che non li assolve dalla precarietà di una esistenza ancorata stretta stretta a tutti. Anche a quei bambini che ho visto morti ammazzati dalla tirannia, viva e vegeta ancora oggi, nel “civile” ora. Ma è ancora possibile essere ciechi e indifferenti alle sorti del nostro mondo tanto da vedere e possedere solo aria fritta? Con quel macchinone lustro e liscio quali strade percorreranno se stanno trasformandosi in massi enormi. L’apparenza inganna, la realtà avanza.

Simonetta

 

Questo il paese credeva, forse a torto forse a ragione di Carola Cocco, ed. il Ciliegio.

Esistono storie che diventano leggende e periodi del passato che ha raccontarli oggi sembrano favole; personaggi di cui trascrivere i tratti per non perderne l’essenza, luoghi d’ispirazione che devono essere riportati, trasmessi, descritti. Con questo senso, il bel libro di Carola, si legge: la sua non è una narrazione di tradizioni e modi di dire, più innocentemente si tratta di una raccolta di ricordi che in un pregevole lavoro creativo diventano i personaggi ed i fatti di “Questo il Paese Credeva”. Un racconto piacevole, ricco di belle espressioni e permeato di un appassionante sentimento verso la terra di Sardegna. Verso quel Medio Campidano dove l’autrice Samassese, è nata e cresciuta.  Un secolo fa in un paesino lontano dal suo mare di Sardegna, una bugia, imbarazzante da rivelare e ancor più greve da tener nascosta, ha avuto il potere di creare un’Anima nera che invase una campagna, Cotta prua, fino a renderla infertile. Tra gli abitanti la paura e il sospetto, misti alle santità da pregare perché corressero loro in aiuto, crearono false leggende, narrate dietro scialli neri e, intatte, sono arrivate al presente. Al compimento dei suoi cento anni tziu Francescu, figlio cresciuto da nessuno, si libera del fardello, di quella verità che conobbe per caso e di nascosto, e si gode la festa in una comunità di nuovo aperta ad accogliere il sole.

Come una falena nelle notti d’estate di Fiammetta Ferzi, ed. il Ciliegio.

Procedere con il futuro davanti, per riappropriarsi del passato, per ricercare il proprio io, perso nel tempo. Un tempo dimenticato nelle stanze di una casa sul mare. Il mare, testimone silente e fragoroso, è sempre stato lì a vegliare sulle vite delle persone che lo hanno abitato e osservato. Viola ha deciso di ripercorrere la sua esistenza per rispondere alle troppe domande che erano cresciute con lei. Il rapporto con sua madre, da sempre molto difficile, doveva essere risolto, capito, svelato per scivolare tra le pieghe della sua vita di donna già adulta, e presto madre lei stessa.

Forum TV n° 64

Giovedì, 17 maggio 2012
Sono… Desperate…

Perché, gent. Prof. Grasso, sta giungendo alla fine, dopo otto stagioni, Desperate housewives… certo lo so, ci sono problemi ben peggiori… ma, analizzando la storia delle signore contemoranee casalinghe americane, anche loro ne han passate brutte. Ieri sera è stato ucciso Mike, no dico, Mike il marito di Susan… È tutto finto, inventato, recitato, ma accidenti quanto lo fanno bene! Ero in lacrime alla fine del funerale di Mike a causa dei ricordi di tutte le protagoniste, intrecciati mirabilmente e ricondotti al discorso improvviso e sofferto di Susan in chiesa. Dovendone correggere il testo, non avrei trovato una sola difficoltà nei tempi dei verbi o nel susseguirsi nelle scene. Tutto è filato dritto dritto al cuore tra una sapiente recitazione e le parole giuste, perfette, decise. Così, tutta commossa e comprensibilmente affranta per la perdita di Mike, ho girato per caso su Canale5, e mi son trovata in primo piano tre signore, delle nostre parti, genere imbalsamato. Poi ho spalancato meglio gli occhi, ancora umidi, rimanendo allibita davanti a quelle facce di cera, tra cui spiccava quella abbronzata del Sig. Arca. Aiuto, ma così so recitare anche io!!! Chiamtemi che abbandono vocabolari e grammatiche e vi raggiungo!!! No, quelli li porto, per i dialoghi credo ci sia bisogno di un buon editing!!! Sgrammaticata e imbalsamata cordialità Simonetta

 

Forum TV n° 63

Mercoledì, 16 maggio 2012
Nigella vs Antonella

Buongiorno Prof. Grasso, non posso fare a meno di dedicare qualche osservazione al programma di Gambero rosso Channel che ha come protagonista Nigella Lawson. Da Londra la bruna signora ci illustra piatti super conditi di grassi e di narrazione. Leggiadra è la stessa che sale su un taxi e si mostra estasiata nei negozi e poi nella sua grande cucina ci fa tuffare nei suoi couscous e fritti d’ogni genere. Senza senzi di colpa ricama i sapori nell’aria fino a giungere allo stupore dei suoi invitati. Loro sorridono e apprezzano le fatiche culinarie della rotondetta ex ragazza che non ha perso nulla della briosità di una principiante. Lei è lì con i suoi primi piani e i suoi schizzi, ci fa partecipi della sua famiglia senza irrisorie e patetiche malinconie mielose. Spiega il vissuto persino di una lattina di pomodori. Ci trasporta in ciò che vive; certo la sapienza è dietro alla telecamera e nelle mani degli autori, ma lei è proprio a suo agio, in tacchi alti o in ciabatte. Pensi professore che ogni puntata termina con Nigella che di notte va nel frigorifero a mangiarsi gli avanzi! La nostra bionda ex riccia signora, ormai in decadenza di materiale grigio, sembra essere a una sagra paesana senza la sana genuinità del popolo vero: è una farsa in cui i cuochi fanno pubblicità ai loro ristoranti e pettegole galline vogliono farci credere che in quella insufficienza di argomenti ci sia una presunta professionalità. No Antonella non ti mettere poi a dar giudizi sulla situazine del mondo del lavoro, non è di tua competenza e nei campi vacci tu! Prendi esempio da una vera signora che del cibo fa cultura e mostra le sue rotondità come un trofeo di goduria sensoriale. Ed è poi un piacere sentire in sottofondo la sua voce e le sue inglesi parole… invece di quel bruttissimo dialetto romano (che io adoro, peraltro)usato per imbonire improbabili ricette. Sempre quelle, sempre la solita Antonella. Golosa cordialità Simonetta

Self-control di Giovanni Maria Pedrani, Ed. il Ciliegio.

Self-Control è una raccolta di venti brevi racconti noir, più uno, che racchiude la magia e il coinvolgimento classici dei noir.
L’autore analizza il quotidiano vivere attraverso stati d’animo e percezioni che sembrano percorrere le vie della consuetudine nella normalità dello scontato. Eppure gli stati d’animo e le situazioni cambiano in un attimo, in preda a repentini scherzi delle varie umanità che convivono in sopita flemma dentro ogni persona. Allora tutto esplode in un finale a sorpresa che sconvolge i protagonisti e i lettori. Si presentano insieme in un solo secondo: l’orrore, la nostalgia, l’inquietudine, il pessimismo e la crudeltà, celati nel passato. Le ombre si induriscono o si assottigliano, a seconda del nostro vissuto: da lì nascerà la soluzione degli enigmi, soltanto se vogliamo trovarla. Magari possiamo scoprire noi stessi in quelle paure, nella follia, nel suicidio, nelle ossessioni e nella solitudine che la contemporaneità del presente ci offre di continuo. Apparente indifferenza e disillusione sono la lente attraverso cui i racconti nascono e muoiono in uno sconvolgente e accecante flash, lasciando il segno dell’incredulità in chi si affaccia a osservarli da vicino.