Storia e scrittura: il linguaggio della memoria

Storia e scrittura: il linguaggio della memoria

Scritto da Simonetta Cinaglia

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Barbara Raggi ha pubblicato per i tipi di Editori Riuniti un libro che è solo a somma di un percorso che ha a che fare con le parole, dal recupero di quelle giù scritte, che testimoniano la storia dell’uomo, a quelle ancora da scrivere, per raccontare quella stessa storia attraverso percorsi attuali, interpretazionim confronti con la modernità. Il linguaggio ci serve per capire il passato, fissato su carte e documenti, e ci auta anche a capire meglio il futuro…

È uscito da poco Baroni di Razza. Come l’Università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali, Editori Internazionali Riuniti di Barbara Raggi e prefazione di Pasquale Chessa. Ultimo, in ordine di tempo, arricchisce la bibliografia della produzione storiografica dell’autrice. Barbara è la mia “amica di penna”, originaria del mio stesso paese, in bilico tra Toscana e Umbria, in cui passava le estati e poi ritornava a Roma. I nostri colloqui sono fissati nelle infinite lettere che ci si scambiava per lunghi inverni e sono ancora lì a testimoniare che la lontananza, allora, produceva testimonianze scritte del nostro tempo. Ora ci confrontiamo su un presente che, ancora di più, predilige la scrittura, divenuta mestiere. Lei storica e la scrittura è sempre tra di noi. Stavolta non è nostra esclusiva ma è il tramite con cui comunicare e veicolare i propri testi e le proprie curiosità.

Cara Barbara, parla un po’ di te:

Sono nata a Roma l’8 maggio 1965. La mia formazione è stata influenzata molto dalla famiglia d’origine, soprattutto dalle mie due nonne, una toscana, ambedue, ciascuna a suo modo, affabulatrici e narratrici di storie e canzoni. È stato poi un vantaggio e un privilegio crescere in una casa piena di libri di ogni genere e vedere gli adulti trarre un piacere, quasi fisico direi, dalla lettura.

Da dove nasce e trae energia il tuo amore per la scrittura?

Non lo so. Da quando ho imparato, ho sempre scritto, non sto sostenendo di scrivere bene o di avere un talento. Per me la scrittura è una forma naturale di comunicazione tra le persone. Sarà per questo che le e-mail hanno rimesso in gioco corrispondenze, veri e propri carteggi con amici e colleghi, vicini e lontani. Per affrontare un saggio, invece, ho bisogno di molta energia, una spinta non contenibile a raccontare un’epoca, un avvenimento. Nel profondo sono pigra: il mio sogno è acciambellarmi sul divano a leggere.

Parlami della tua bibliografia e delle tue collaborazioni:

Ho collaborato con le pagine culturali del Manifesto molti anni fa. Ora, qualche volta, scrivo per la Repubblica. Se fossi meno pigra, lavorerei di più… Ho scritto tre libri: La segregazione amichevoleLa Civiltà Cattolica e la questione ebraica 1845-1945 (con Ruggero Taradel); L’Ultima lettera di Benito (con Pasquale Chessa) e Baroni di Razzacome l’Università del dopoguerra ha riabilitato gli esecutori delle leggi razziali».

Parlami del tuo ultimo libro:

Baroni di razza racconta i meccanismi attraverso i quali i docenti universitari che avevano partecipato alle Istituzioni preposte alla persecuzione antisemita, e sono stati riabilitati dai loro colleghi nel primo dopoguerra. La scelta narrativa è stata di puntare, per ogni capitolo, su un personaggio importante, raccontando la parte biografica mancante. Un oblio che non si sarebbe potuto mantenere così a lungo senza la collaborazione omertosa della gran parte delle élite italiane del dopoguerra. Di fatto, i protagonisti del saggio hanno avuto il massimo successo durante gli anni Cinquanta e Sessanta. Sono riusciti, a dispetto di tutto e di tutti, a mantenere inalterato il proprio potere accademico ed extra accademico.

Come nasce l’idea di scrivere su un determinato tema?

Di solito scrivo perché non trovo libri su ciò che mi interessa, lavoro sugli interstizi, sullo spazio lasciato libero.

Illustrami le modalità tecniche di studio delle fonti, con quale approccio ti muovi davanti ai manoscritti, quale metodo usi per individuare quelle giuste, dove le trovi?

Gli archivi sono dei luoghi meravigliosi, c’è un piacere fisico nell’aprire un faldone, estrarre le carte, spesso freddi documenti ministeriali, vedere il singolo documento all’interno del contesto che lo ha prodotto. Poi c’è il passaggio successivo: mettere in relazione la tua documentazione all’interno della trama della “storia grossa”. C’è un equivoco di fondo: ogni storico inizia una ricerca partendo da un’ipotesi e, se è onesto intellettualmente, cerca nei documenti la conferma o la smentita all’ipotesi iniziale. Nessuno va in un archivio sperando di trovare una sorta di “illuminazione” dalla lettura confusa di documenti o di fondi archivistici sparpagliati. Ho almeno un paio di ricerche abortite perché la mia ipotesi di partenza non ha trovato conferme documentali.

Come si crea un libro dalle fonti, come si passa dall’archivio, dalla letteratura grigia, che spesso nasconde notizie fondamentali, e se ti sei basata su questo tipo di fonti, insomma i ferri del mestiere che servono alla costruzione di un volume.

Ipotesi iniziale, ricerca delle fonti primarie e poi lettura di quanto più possibile è stato prodotto sul tema: libri, riviste, articoli di giornali. Per quanto si possa essere accurati qualcosa scappa sempre. Ci vuole molta pazienza, molto tempo per controllare tutta la documentazione, non cedere al tedio perché la pagina successiva del noioso saggio che hai in mano potrebbe avere una nota fondante per il tuo lavoro. Oppure, una lettera scritta in puro politichese può contenere informazioni personali preziose per la tua ricerca. E non pensare mai che, se lo storico più importante non è riuscito ad accedere a un documento, è meglio lasciar stare. Ci vuole anche un pizzico di fortuna e un fisico bestiale.

Sarebbe importante sapere da te qualche considerazione sul mercato editoriale, visto che ne fai parte e ne conosci i meccanismi, impegnatissima come sei ora a promuovere il tuo ultimo libro Baroni di razza:

«In Italia si legge poco in generale e ancor meno saggistica. Per di più si è affermata una saggistica storica molto narrativa, senza note, senza riferimenti, senza bibliografia. Ora, questi libri vendono molte copie ed è normale che un editore ci punti. Manchiamo di una buona editoria universitaria sul modello anglosassone. Al netto delle considerazioni, gli editori con collane di saggistica, e di storia in particolare, sono eroici: investono tanto per ricavare, a volte, molto poco. Ma quel che è più importante è che l’editore ti affianca un editor, una delle figure più importanti e più precarie della macchina editoriale. Un buon editor, e io ne ho avuti di ottimi, ha confidenza con la tua materia ma è capace di vedere il lavoro “da fuori”, di proporre correzioni fondamentali. È il vero tramite tra chi scrive e il lettore. L’editor è la voce del lettore. Irrinunciabile. Ed è irrinunciabile anche un buon ufficio stampa».

 

 

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L’illusione creata ad arte

L’illusione creata ad arte

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Piero Paladini ci racconta del rapporto tra arte e mondo delle illusioni. Visione e materia si combinano in un gioco di specchi in cui una aiuta, e a volte ostacola, l’altra… di Simonetta Cinaglia
Poiché la simulazione può, in uno scatto, erompere e sfuggire da uno stato pensato di sogno e proiettarsi, attraverso il filtro della mente umana, su di un supporto materico sotto forma di pittura, scrittura, musica o altro e così restituirsi figlia, eguale ma diversa, al mondo da cui è scaturita”.

Brano tratto da I luoghi nella mente di Piero Paladini, a cura di Luciano Caramel, 2004, Galleria Tornabuoni, Firenze.

Piero Paladini è nato a Lecce e dai primi anni novanta opera nel mondo dell’arte contemporanea dividendosi tra illustrazione, pittura e scrittura di fiabe e racconti brevi, creando una complementarità tra immagine e pensiero che gli permette di comunicare in entrambe le direzioni, simultaneamente.

I suoi numerosi cicli pittorici si dividono in vari livelli, stratificati l’uno sull’altro con la conseguenzialità che la ricerca vuole; per cui, dopo gli “accademici” ma necessari passaggi dal figurativo e le sue molte “facce”, passa a esplorare la possibilità di una rappresentazione-altra.

Da Linearità, dove un’iconografia forte di una primitività post-nucleare si risolve secca nell’idea di una sola linea, approda poi a meccani dove la figurazione, che si muove in un mondo di ingranaggi, acquisisce corpo solido ed esplora la possibilità di risolversi in dei volumi ben delineati.

Nella scia di meccani e del nitore della forma apre al periodo Ludico: dove è l’archetipo del giocattolo a fare da pretesto a risolute composizioni sempre al limite dell’equilibrio nello spazio in cui prendono vita.

Poi la composizione inizia a spaginarsi per esplorare lo spazio attorno e in due cicli, uno dedicato alla vela, l’altro alla musica jazz, si aprono a nuove possibilità.

Ed è in Medievalia che il tutto trova il racconto dando vita a vere e proprie rappresentazioni forti delle esperienze precedenti e delle incursioni fatte nel mondo della illustrazione, nell’ottica del coniugare più linguaggi.

Nel 2004 I luoghi nella mente segnano il definitivo approdo nell’inconscio e nella ricerca questa volta però con una figurazione già asserita e del tutto personale che permettono all’artista dei veri e propri viaggi nel suo immaginifico e come un capitano al comando di un’antica goletta parte per mondi inesplorati…“si veleggiava a vista nel buio più fondo della mente, in attesa che qualcosa apparisse all’orizzonte, ben attenti a discernere cosa… poiché, in mare, bisogna fare attenzione ai sogni malevoli che emergono dall’olio nero sul quale, incauti, ogni notte scivoliamo, e ingoiano in un incubo qualsiasi cenno di coscienza ravvisino in un raggio definito”.

Seguiranno Giotto e dintorni dove Piero Paladini rivisita alcune opere del grande maestro medievale e le Dimore sognate.

Nel 2009 affronta Giangiacomo Acaya, uomo dell’ultimo rinascimento con cui ridà vita e celebra la memoria del barone e architetto salentino, “ingegnere regio” operativo in tutto il regno di Napoli al servizio dell’imperatore Carlo V. Qui l’artista costruisce un canovaccio letterario dove poggia le basi per sviluppare 19 grandi tele.

Nel 2003 apre un ciclo del tutto particolare riguardante la figura di Pinocchio e le sue forti stimolazioni grafico-pittoriche, irresistibili per Paladini che coniuga i due stili adagiandole su un testo che traduce le opere pittoriche e le narra. Il lavoro è stato pubblicato da Etruria Editrice, A colloquio con Pinocchio (e altre storie…), nel 2010 ripete l’esperimento con Pinocchio e poi…

Inoltre, ha da poco pubblicato con Albatros, Selfi il ragazzo albero e altri racconti, quadri di umanità e poesia che dialogano con immensa sensibilità con la realtà che ci circonda.

Nel suo sito, http://www.pieropaladini.it, è possibile visitare e osservare tutti i cicli pittorici di questo artista eclettico.

Per chi volesse vedere dal vivo i lavori di Piero Paladini, lo potrà fare alla sua prossima mostra Le dimore sognate e Pinocchio e poi… che si terrà a Chianciano Terme, in provincia di Siena, dall’8 al 15 agosto presso la Sala Fellini, Piazza Martiri Perugini.

Che cosa è per te l’illusione?

Credo che sia l’intuizione, la visione che porta per mano verso un’alternativa visiva. Premesso che è sempre dalla realtà che si rifugge e, rifuggendola, la si aggira anche attraverso lo strumento dell’arte o, soprattutto con quello.

L’illusione creata dall’arte può divenire realtà?

Sì, nel momento esatto in cui quell’idea di realtà-altra illusoria inizia a essere condivisa con gli altri e credo sia uno dei motivi per cui l’arte sia soprattutto comunicazione.

Mi spiego meglio: l’artista ha un’intuizione e, facciamo conto, sia esso un musicista. Quello afferra una melodia magnifica che nella sua mente è la descrizione ideale-illusoria di un amore. Ecco, ora facciamo conto che quella melodia, quel brano, sia Sexi sadie dei Beatles. È chiaro che, quella che era una realtà illusoria e del tutto interiore all’uomo che ne ha avuto l’intuizione, diviene a un tratto, attraverso la condivisione, parte della realtà esterna e percepibile di ognuno di noi e, da quel momento in poi, anche della realtà esterna dell’autore che non può più dire che gli appartenga, perché ora appartiene al mondo intero. Una qualsiasi cosa, sia essa il mare o una melodia o l’immagine di un’opera d’arte, è vera e reale nel momento in cui diventa una realtà condivisibile.

L’arte aiuta l’illusione, o la svela?

L’arte aiuta l’illusione a svelarsi al mondo, in virtù di quanto ho detto prima. E dico svelare perché le idee esistono ancor prima che noi le si trovi e le si raggiunga: loro sono già lì.

Prova ne è che a volte, nei corsi e ricorsi storici che la storia ci riserva, la stessa idea spesso è già stata afferrata in qualche altro punto del mondo o secoli prima.

La tua costante sperimentazione tra storia, arte e favola da quale illusione nasce?

Raramente o mai ho considerato l’illusione il raggiungimento di un mio obiettivo artistico, ho piuttosto sempre seguito una visione, una frase che mi poneva di fronte all’esistenza di una realtà-altra o, per tornare a noi, illusoria.

La mia ricerca necessita di leve e queste leve posso trovarle ovunque nella storia come nella letteratura, come nella scienza, etc.

La tua creatività che cosa prende e cosa toglie dall’illusione?

Illusione non è un termine che amo ha in sé una accezione melanconica come di resa che male si concilia col mio impeto che tende a ridurre la mela al seme.

Ho sempre pensato che la mia creatività attingesse dalla luce che si percepisce appena nel buio profondo e la si perde, se si distoglie da quella lo sguardo. O anche dal vuoto che riempie lo spazio, fuori e dentro la forma.

Guardando le tue opere si compie un viaggio storico dal Medioevo, al Rinascimento fino a giungere nel XIX secolo: qual è l’illusione comune a questi periodi storici tanto diversi?

L’illusione credo esista in chi la guarda, “Dio ha creato il tutto l’universo e infine l’uomo, affinché poi quest’ultimo creasse Dio”.

Come dire che anche l’illusione per esistere ha bisogno che qualcuno la concepisca e dia sostanza e significato al suo corpo.

 

È di scena la memoria

È di scena la memoria

Ciro Masella è attore e regista. E sa bene come sia difficile imparare a memoria scene e copioni. Non solo: occorre anche calarsi nei panni di
altri. Difficile? Non troppo, se si fa con passione…Questa, l’intervista.


di Simonetta Cinaglia


Cinema, teatro e televisione, tre forme di spettacolo che Ciro Masella conosce molto bene.
Giovane attore e regista ha portato in scena lavori, tra gli altri, di
Aristofane, Dante, Goldoni, Kafka, Pirandello.
Dall’Umbria, dove si è diplomato alla Scuola d’Arte drammatica del Centro Universitario di Perugia, a tutto il territorio nazionale, interpreta con grande espressività e innovazione i lavori di questi autori.
Dal 2003 è ancor più legato alla regione, cuore verde d’Italia, perché fonda e dirige il Festival “Tra Cielo e Terra” (per informazioni e
approfondimenti: www.tracieloeterra.it), che gli permette
di ancorare i suoi lavori teatrali ai piccoli centri urbani umbri, traducendoli
in scenari suggestivi e storici, per un sempre ricco cartellone di
spettacoli.
Attualmente è in tournée con Passaggio in India di Santha Rama Rau, dal romanzo di Edward Morgan Forster.

Fino a un mese prima era Capuleti in Scene da Romeo e Giulietta di William Shakespeare, e dal prossimo aprile riprenderà lo spettacolo, in forma di lettura scenica, L’Italia s’è desta di Stefano Massini, di cui è anche regista.
Il teatro è senza alcun dubbio il palcoscenico dove attore e spettatore si guardano negli occhi e dove gli animi interagiscono, si ascoltano e si sfiorano.
Da spettatrice mi sono sempre chiesta come possa un attore riuscire a tenere la scena senza sbagliare mai; come funziona la sua memoria.
Ne ho parlato con Ciro per capire i meccanismi impalpabili della mente che si fanno reali e tangibili quando evocano emozioni e contenuti.

Come si fa a memorizzare un copione?
Per un attore il rapporto con la memoria è vitale e ciascuno di noi sviluppa un suo personalissimo rapporto con essa che negli anni affina con delle tecniche in parte coscienti e in parte inconsce, istintive.
Le tecniche di memorizzazione sono tante e variano da persona a persona: ognuno memorizza secondo i percorsi che si è costruito negli anni di scuola, con la pratica, con l’istinto e la frequentazione di testi, poesie e copioni.
C’è ad esempio chi non riesce a imparare a memoria se non accompagnando ad ogni battuta un gesto
fisico, un movimento nello spazio, quindi “incollando” la memoria dei movimenti a quella delle battute.
C’è chi riesce a memorizzare solo con l’ausilio di suggerimenti e sentendosi ripetere le battute durante le prove dal suggeritore.
C’è poi chi arriva al primo giorno di prove con la memoria del
testo perfetta.
Infine, alcuni attori riescono a memorizzare con estrema facilità grandi quantità di testo mentre altri fanno fatica anche a ricordare le
parole precise di frasi brevi, vedendosi costretti a usare sinonimi o ad
“improvvisare” le battute di sera in sera.
La memoria resta comunque un mistero, un campo insondabile, dove non esistono tecniche miracolose o più giuste di altre e dove interviene l’esperienza e il carattere di ciascun individuo.

Questo per il teatro; recitare per il cinema e la
televisione è diverso?

Per il cinema o la televisione viene richiesta una memoria breve, allenata e solida: si devono imparare intere scene dalla mattina alla sera o addirittura un’ora prima di girare.
L’esperienza mi ha insegnato che la memoria è, oltre che un dono, una sorta di talento innato, come un “muscolo” che si può allenare, si può tonificare e mantenere efficiente e scattante.
Inoltre, sembrerà strano ma a un attore in tournée diversi mesi all’anno, cambiando alberghi, ristoranti, climi e temperature, viene richiesto uno sforzo tale per cui la memoria può in alcuni casi risentirne e soffrire.
Occorre quindi dormire bene e sufficientemente, non straviziare
nell’alimentazione, seguire regimi di regolarità, pur nel trionfo
dell’irregolare rappresentato da questo mestiere, per mantenere un certo
equilibrio, base di una buona memoria.

Le sensazioni che ruolo hanno?
È buffo ma la memoria è anche questione di sensazioni.
Riprendere uno spettacolo dopo un anno o dopo alcuni mesi di
interruzione è un’esperienza strana: mi accorgo che non ho più bisogno di fissare parole nella mia memoria, ma devo riconquistarne la sequenza, non più in modo meccanico, ma “sensoriale”.
Se mi ricordo che gesto facevo e dove ero precisamente in quel momento in scena, a chi mi rivolgevo e come era situato nello spazio il mio corpo, improvvisamente la memoria riaffiora potente come quando l’avevo lasciata l’ultima volta.
Ma è la riconquista di quella posizione, di quella precisa sensazione del mio corpo che mi ha restituito le parole, le frasi. Non devo più tessere la trama di un tessuto: devo solo trovare la scatola che lo contiene per tirarlo fuori intatto.
E quella scatola è la sensazione a cui ho fissato quelle parole.

Durante un monologo come si comporta la memoria?
Per un monologo, cioè per un esercizio estremo di memorizzazione, la memoria riaffiora attraverso livelli diversi: per via logica (quando posso ricostruisco i passaggi logici del discorso che sto facendo), per via sonora (nella mia memoria si è fissata anche una successione
di suoni e intonazioni che mi permettono di concatenare le frasi e i periodi), per via fisica (come agivo in quel preciso istante, come ero collocato nello spazio).

Cosa accade se improvvisamente un attore non si ricorda
nessuna battuta?
Il classico “vuoto di memoria”.
Ho visto scene assurde di colleghi che hanno avuto dei vuoti reagendo in modi diametralmente opposti.
Uno ha cominciato ad emettere un suono, tra il rantolo e il lamento
per un tempo, che a noi è sembrato, infinito: era come un disco incantato, la sua memoria non si era arrestata, ma inceppata. Altri colleghi hanno invece improvvisato intere scene pur di riacciuffare il filo logico o narrativo di quel che stavano recitando, del loro personaggio in quella situazione.
Io stesso ho avuto dei vuoti a cui ho reagito diversamente a seconda della situazione.
Ho quindi ben presente la sensazione dello “schermo nero” che ti
si presenta quando sopraggiunge il black-out: può davvero portare al panico se non si è prontissimi e rilassati.
Spesso non si può far nulla, non si deve pretendere di fare nulla: si deve solo aspettare.
Come quando non si ricorda il nome di un film o di un’attrice o di un compagno di classe delle medie: la cosa migliore è rilassarsi e lasciar affiorare il ricordo.
Incantarsi o incaponirsi a voler scavare nella propria memoria complica solo le cose.
La riconquista della memoria è anche una questione di apertura, rilassatezza, atteggiamento ricettivo piuttosto che terrorizzato.
Questo a dimostrazione che c’è una parte cospicua di insondabile, di non controllabile e di imponderabile nei meccanismi della memoria di ciascuno di noi.
A volte la nostra memoria si manifesta al pari di quella di un gatto, di un cane, di un animale qualunque. A volte si esprime in volute raffinatissime e complesse che hanno a che fare con la coscienza, con la conoscenza e l’esercizio.
C’è una parte di consapevolezza e una totalmente inconsapevole.
Le emozioni giocano il ruolo di “fissanti” ma a volte non entrano per niente nel gioco della memorizzazione.

Facebook, anche sì!

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Qualche tempo fa una signora, che si occupa di comunicazione, ha rifiutato educatamente la mia richiesta di amicizia su Facebook. La motivazione è stata che lei dà l’amicizia esclusivamente alle persone che CONOSCE REALMENTE. A me accade esattamente il contrario. Ieri sera ho CONOSCIUTO REALMENTE una persona, Federica Piacentini, “vista” esclusivamente qui su Facebook. Il suo fidanzato, Davide Pa…nnozzo, ha presentato il suo disco a Corciano, in pratica in un locale dietro casa mia. È stata una serata molto bella sia per l’ottima musica e sia perché adesso ho un’AMICA in più, davvero. Cara signora “comunicatrice” sto leggendo il suo libro la stimo molto, ma provi ad essere più “liquida” vedrà che avrà molte più opportunità di AMICIZIA.

Forum TV n° 71

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Giovedì, 17 gennaio 2013

Santa Barbara, prega per noi!

Gent.mo Prof. Grasso, è lodevole l’impegno della signora Barbara d’Urso nel soccorrere i casi umani. In special modo quando uno Stato civile non ne è affatto capace. Ad averlo saputo prima (cioè, già si sapeva, ma in questa stagione dei rinfacci e litigi mi fa più senso) non mi sarei rivolta a un legale per risolvere un problema antipatico, in cui, peraltro, devo soccombere alla legalità pur pagandone le spese ed essendo nel pieno della ragione. Sarei andata in televisione, truccatissima, tiratissima e avrei guardato il fervente lavoro di cotanta professionalità Mediaset (oddio, lo fanno da tutte le parti!) nel risolvere spinose e contorte controversie. Non avrei potuto confezionare il tutto con gravi malattie, ma mi sarei inventata qualcosa. Se non altro per impietosire la santa e i suoi occhioni, paravento di uno Stato carente fin nelle basi. Non si può accettare di veder trattato un caso delicato con le unghie smaltate e luci a favore. Uno Stato civile, il mio Stato, dovrebbe evitare a una madre quasi cieca di rivolgersi a degli avvoltoi, che ci vedono benissimo, per poter “intravedere” la propria figlia, prima che non possa più farlo. Almeno usassero un linguaggio appropriato. Capirà la giornalista lì sul posto che ha parlato quaranta minuti con il responsabile dell’Istituto dove sitrova la figlia handicappata della signora! Per ottenere cosa? Che potessero parlare, il direttore e la madre malata e, ripeto, quasi cieca, “a quattr’occhi”. Suvvia, rispetto, almeno con le parole. Irritata cordialità Simonetta
di Simonetta

Risposta

La nostra è una Repubblica fondata sul dolorismo, cioè sulla messa in scena del dolore.

Forum TV n° 70

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Lunedì, 7 gennaio 2013

Ci vuole poco, basta un “Clint”!

Buongiorno gent.mo Prof Grasso, ieri sera ho seguito il film di Clint Eastwood “Changelig” con Angelina Jolie e John  Malkovich. Non ne ho perso un secondo studiandone inquadrature e linguaggio. Inutile soffermarsi sulla bravura degli attori, anzi no, sono le fondamenta di un film, è che a Holliwood è facile imbattersi in attori che fanno gli attori davvero… By the way, la storia mi è rimasta dentro fino a che non ho consultato internet e ho letto che il regista si era basato su una storia veramente accaduta a Los Angeles negli anni Venti del secolo scorso. Un film se pur luccicante di star e trucco e parrucco, quando è costruito su una narrazione efficace,lascia un segno che va oltre il tappeto rosso. Questo mi ha lasciato la voglia di approfondire, di chiedermi se davvero la polizia fosse stata così corrotta, se una donna esile davvero avesse potuto portare a giudizio alte cariche e fatto condanare un assassino. La televisione è stato lo strumento che mi ha portato in casa una verità recitata in un film di alto livello iniziando a fare quello hce dovrebbe ogni sera per il “divertimento” non fine a se stesso. Chissà quante pellicole potrebbero essere trasmesse al posto di illusorie vincite e stupidaggini varie? Perplessa cordialità Simonetta