È di scena la memoria

È di scena la memoria

Ciro Masella è attore e regista. E sa bene come sia difficile imparare a memoria scene e copioni. Non solo: occorre anche calarsi nei panni di
altri. Difficile? Non troppo, se si fa con passione…Questa, l’intervista.


di Simonetta Cinaglia


Cinema, teatro e televisione, tre forme di spettacolo che Ciro Masella conosce molto bene.
Giovane attore e regista ha portato in scena lavori, tra gli altri, di
Aristofane, Dante, Goldoni, Kafka, Pirandello.
Dall’Umbria, dove si è diplomato alla Scuola d’Arte drammatica del Centro Universitario di Perugia, a tutto il territorio nazionale, interpreta con grande espressività e innovazione i lavori di questi autori.
Dal 2003 è ancor più legato alla regione, cuore verde d’Italia, perché fonda e dirige il Festival “Tra Cielo e Terra” (per informazioni e
approfondimenti: www.tracieloeterra.it), che gli permette
di ancorare i suoi lavori teatrali ai piccoli centri urbani umbri, traducendoli
in scenari suggestivi e storici, per un sempre ricco cartellone di
spettacoli.
Attualmente è in tournée con Passaggio in India di Santha Rama Rau, dal romanzo di Edward Morgan Forster.

Fino a un mese prima era Capuleti in Scene da Romeo e Giulietta di William Shakespeare, e dal prossimo aprile riprenderà lo spettacolo, in forma di lettura scenica, L’Italia s’è desta di Stefano Massini, di cui è anche regista.
Il teatro è senza alcun dubbio il palcoscenico dove attore e spettatore si guardano negli occhi e dove gli animi interagiscono, si ascoltano e si sfiorano.
Da spettatrice mi sono sempre chiesta come possa un attore riuscire a tenere la scena senza sbagliare mai; come funziona la sua memoria.
Ne ho parlato con Ciro per capire i meccanismi impalpabili della mente che si fanno reali e tangibili quando evocano emozioni e contenuti.

Come si fa a memorizzare un copione?
Per un attore il rapporto con la memoria è vitale e ciascuno di noi sviluppa un suo personalissimo rapporto con essa che negli anni affina con delle tecniche in parte coscienti e in parte inconsce, istintive.
Le tecniche di memorizzazione sono tante e variano da persona a persona: ognuno memorizza secondo i percorsi che si è costruito negli anni di scuola, con la pratica, con l’istinto e la frequentazione di testi, poesie e copioni.
C’è ad esempio chi non riesce a imparare a memoria se non accompagnando ad ogni battuta un gesto
fisico, un movimento nello spazio, quindi “incollando” la memoria dei movimenti a quella delle battute.
C’è chi riesce a memorizzare solo con l’ausilio di suggerimenti e sentendosi ripetere le battute durante le prove dal suggeritore.
C’è poi chi arriva al primo giorno di prove con la memoria del
testo perfetta.
Infine, alcuni attori riescono a memorizzare con estrema facilità grandi quantità di testo mentre altri fanno fatica anche a ricordare le
parole precise di frasi brevi, vedendosi costretti a usare sinonimi o ad
“improvvisare” le battute di sera in sera.
La memoria resta comunque un mistero, un campo insondabile, dove non esistono tecniche miracolose o più giuste di altre e dove interviene l’esperienza e il carattere di ciascun individuo.

Questo per il teatro; recitare per il cinema e la
televisione è diverso?

Per il cinema o la televisione viene richiesta una memoria breve, allenata e solida: si devono imparare intere scene dalla mattina alla sera o addirittura un’ora prima di girare.
L’esperienza mi ha insegnato che la memoria è, oltre che un dono, una sorta di talento innato, come un “muscolo” che si può allenare, si può tonificare e mantenere efficiente e scattante.
Inoltre, sembrerà strano ma a un attore in tournée diversi mesi all’anno, cambiando alberghi, ristoranti, climi e temperature, viene richiesto uno sforzo tale per cui la memoria può in alcuni casi risentirne e soffrire.
Occorre quindi dormire bene e sufficientemente, non straviziare
nell’alimentazione, seguire regimi di regolarità, pur nel trionfo
dell’irregolare rappresentato da questo mestiere, per mantenere un certo
equilibrio, base di una buona memoria.

Le sensazioni che ruolo hanno?
È buffo ma la memoria è anche questione di sensazioni.
Riprendere uno spettacolo dopo un anno o dopo alcuni mesi di
interruzione è un’esperienza strana: mi accorgo che non ho più bisogno di fissare parole nella mia memoria, ma devo riconquistarne la sequenza, non più in modo meccanico, ma “sensoriale”.
Se mi ricordo che gesto facevo e dove ero precisamente in quel momento in scena, a chi mi rivolgevo e come era situato nello spazio il mio corpo, improvvisamente la memoria riaffiora potente come quando l’avevo lasciata l’ultima volta.
Ma è la riconquista di quella posizione, di quella precisa sensazione del mio corpo che mi ha restituito le parole, le frasi. Non devo più tessere la trama di un tessuto: devo solo trovare la scatola che lo contiene per tirarlo fuori intatto.
E quella scatola è la sensazione a cui ho fissato quelle parole.

Durante un monologo come si comporta la memoria?
Per un monologo, cioè per un esercizio estremo di memorizzazione, la memoria riaffiora attraverso livelli diversi: per via logica (quando posso ricostruisco i passaggi logici del discorso che sto facendo), per via sonora (nella mia memoria si è fissata anche una successione
di suoni e intonazioni che mi permettono di concatenare le frasi e i periodi), per via fisica (come agivo in quel preciso istante, come ero collocato nello spazio).

Cosa accade se improvvisamente un attore non si ricorda
nessuna battuta?
Il classico “vuoto di memoria”.
Ho visto scene assurde di colleghi che hanno avuto dei vuoti reagendo in modi diametralmente opposti.
Uno ha cominciato ad emettere un suono, tra il rantolo e il lamento
per un tempo, che a noi è sembrato, infinito: era come un disco incantato, la sua memoria non si era arrestata, ma inceppata. Altri colleghi hanno invece improvvisato intere scene pur di riacciuffare il filo logico o narrativo di quel che stavano recitando, del loro personaggio in quella situazione.
Io stesso ho avuto dei vuoti a cui ho reagito diversamente a seconda della situazione.
Ho quindi ben presente la sensazione dello “schermo nero” che ti
si presenta quando sopraggiunge il black-out: può davvero portare al panico se non si è prontissimi e rilassati.
Spesso non si può far nulla, non si deve pretendere di fare nulla: si deve solo aspettare.
Come quando non si ricorda il nome di un film o di un’attrice o di un compagno di classe delle medie: la cosa migliore è rilassarsi e lasciar affiorare il ricordo.
Incantarsi o incaponirsi a voler scavare nella propria memoria complica solo le cose.
La riconquista della memoria è anche una questione di apertura, rilassatezza, atteggiamento ricettivo piuttosto che terrorizzato.
Questo a dimostrazione che c’è una parte cospicua di insondabile, di non controllabile e di imponderabile nei meccanismi della memoria di ciascuno di noi.
A volte la nostra memoria si manifesta al pari di quella di un gatto, di un cane, di un animale qualunque. A volte si esprime in volute raffinatissime e complesse che hanno a che fare con la coscienza, con la conoscenza e l’esercizio.
C’è una parte di consapevolezza e una totalmente inconsapevole.
Le emozioni giocano il ruolo di “fissanti” ma a volte non entrano per niente nel gioco della memorizzazione.

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