La guerra è finita di Stefano Catini, Ancona, Italic, 2014.

catini

NOTA DELL’EDITOR

Le immagini che Stefano ha dipinto con la sua penna sono quadri surreali dettati da oniriche visioni, calate nella realtà. La sua guerra è combattuta dentro queste atmosfere, dove la quotidianità è inondata da flash che spiazzano il lettore. La poesia, il passato, la famiglia, l’amore lieve di favole, la natura e l’animo vivacissimo di un giovane sospeso tra filosofia e contemporaneità delineano i profili di una vita che non riesce ad accontentarsi del susseguirsi dei giorni. Lui pretende di capire, e studia e analizza ciò che tocca e ciò che lo circonda. Il mio lavoro è stato difficile e ricco di sorprese allo stesso tempo perché dovevo decifrare il linguaggio non comune di chi vuol esser capito tra i tanti dubbi e domande. La scrittura di Stefano nasce dal suo grande amore per la letteratura, che lo ha portato a livelli alti di meditazione e di riflessione. Come una gru lo ha sollevato dai tormenti che un po’ tutti abbiamo, ma che pochi sanno dire a parole, figurarsi a scriverli. In tredici racconti si compie un viaggio nel tempo e nello spazio nella vita dell’autore. I riferimenti biografici s’incollano alle sensazioni che si provano leggendo e ascoltando il respiro della trama.

Ne Il mio primo giorno di lavoro l’ironia e il disincanto si scontrano con la triste quotidianità dei lavoratori precari. L’autore narra un mondo come se fosse a sé stante, per calarsi fuori da una realtà che si vive solo estraniandosi da essa stessa. È un gioco ambiguo e sterile delle parti, in cui l’individualismo assorbe la minima umanità rimasta. La sensibilità è qualcosa da giocarsi ognuno da solo e nella propria storia: assurda o no, è la nostra realtà. Poi, iniziano a scorrere gli altri episodi che toccano le corde più armoniose dei sentimenti privati di Stefano: in Teologia la figura del nonno è un cammeo dell’infanzia di un giovane che si analizza e si riscopre pieno di risorse che vengono da lontano. Ci fa divertire in Crop circle fino al sorriso amaro. Ci fa sfiorare e accarezzare dalle fate incontrate in una gita in montagna in Chirocephalus. Ci porta per mano alla commozione di fronte al grande affetto verso suo padre, confessato con un fil di voce e all’ombra del proprio orgoglio in A tavola non s’invecchia mai. Con L’architetto si chiude la prima parte, Occidente, con lo sguardo rivolto verso l’alto e appena socchiuso a riflettere sulla creazione del mondo e la presenza (o ricerca?) di un dio. Perfetta introduzione ai racconti che compongono la sezione Asia. A parte Era meglio finire in una boutique, dove ci si diverte con la storia di un coccodrillo, paradossale affresco degno di un film d’animazione, gli altri “episodi” sono l’evoluzione affascinate dell’animo dell’autore in uno spazio lontano dalle sue origini. Dai suoi viaggi ne trae l’atmosfera aurea in cui adagia le sue parole che compongono trame trasparenti e scomposti sentimenti in cerca di amore e di un posto dove coricare le proprie ansie.

Simonetta Cinaglia

 

 

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