Per me le parole contano…

“Con la sua aria aristocrtica, tenera e crudele al tempo stesso, misteriosa e familiare, Pina Bausch mi sorrideva per farsi conoscere. Una suora che mangia un gelato, una santa sui pattini a rotelle, un portamento da regina in esilio, da fondatrice di un ordine religioso, da giudice di un tribunale metafisico, che improvvisamente ti fa l’occhiolino” .

Così Federico Fellini ha descritto Pina Baush, e questa frase me l’ha letta un caro amico ieri mattina. Sì, perché ci sono persone che girano con in tasca pezzi di carta in cui viene riportata una frase scritta a penna e con mano incerta che ti girano in testa per ore e ore e ti si compongono come una crosta di sale. Quindi lecchi e assapori quello strato pungente fino a scoprirne il cuore e non lo dimenticherai mai. È un gesto di una grazia enorme. Come scoprire un tesoro privato e resterà tale, e tu ne hai appreso e visto un solo pezzettino.

Scoprire la grazia di una persona è cosa dura e impossibile, ma qualche volta riesci a intravederne le intenzioni. E in quella stradina composta i poche pietre, traballanti partecipi anche tu. Te ne fai un’idea e scopri nuove pietre.

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La guerra è finita di Stefano Catini, Ancona, Italic, 2014.

catini

NOTA DELL’EDITOR

Le immagini che Stefano ha dipinto con la sua penna sono quadri surreali dettati da oniriche visioni, calate nella realtà. La sua guerra è combattuta dentro queste atmosfere, dove la quotidianità è inondata da flash che spiazzano il lettore. La poesia, il passato, la famiglia, l’amore lieve di favole, la natura e l’animo vivacissimo di un giovane sospeso tra filosofia e contemporaneità delineano i profili di una vita che non riesce ad accontentarsi del susseguirsi dei giorni. Lui pretende di capire, e studia e analizza ciò che tocca e ciò che lo circonda. Il mio lavoro è stato difficile e ricco di sorprese allo stesso tempo perché dovevo decifrare il linguaggio non comune di chi vuol esser capito tra i tanti dubbi e domande. La scrittura di Stefano nasce dal suo grande amore per la letteratura, che lo ha portato a livelli alti di meditazione e di riflessione. Come una gru lo ha sollevato dai tormenti che un po’ tutti abbiamo, ma che pochi sanno dire a parole, figurarsi a scriverli. In tredici racconti si compie un viaggio nel tempo e nello spazio nella vita dell’autore. I riferimenti biografici s’incollano alle sensazioni che si provano leggendo e ascoltando il respiro della trama.

Ne Il mio primo giorno di lavoro l’ironia e il disincanto si scontrano con la triste quotidianità dei lavoratori precari. L’autore narra un mondo come se fosse a sé stante, per calarsi fuori da una realtà che si vive solo estraniandosi da essa stessa. È un gioco ambiguo e sterile delle parti, in cui l’individualismo assorbe la minima umanità rimasta. La sensibilità è qualcosa da giocarsi ognuno da solo e nella propria storia: assurda o no, è la nostra realtà. Poi, iniziano a scorrere gli altri episodi che toccano le corde più armoniose dei sentimenti privati di Stefano: in Teologia la figura del nonno è un cammeo dell’infanzia di un giovane che si analizza e si riscopre pieno di risorse che vengono da lontano. Ci fa divertire in Crop circle fino al sorriso amaro. Ci fa sfiorare e accarezzare dalle fate incontrate in una gita in montagna in Chirocephalus. Ci porta per mano alla commozione di fronte al grande affetto verso suo padre, confessato con un fil di voce e all’ombra del proprio orgoglio in A tavola non s’invecchia mai. Con L’architetto si chiude la prima parte, Occidente, con lo sguardo rivolto verso l’alto e appena socchiuso a riflettere sulla creazione del mondo e la presenza (o ricerca?) di un dio. Perfetta introduzione ai racconti che compongono la sezione Asia. A parte Era meglio finire in una boutique, dove ci si diverte con la storia di un coccodrillo, paradossale affresco degno di un film d’animazione, gli altri “episodi” sono l’evoluzione affascinate dell’animo dell’autore in uno spazio lontano dalle sue origini. Dai suoi viaggi ne trae l’atmosfera aurea in cui adagia le sue parole che compongono trame trasparenti e scomposti sentimenti in cerca di amore e di un posto dove coricare le proprie ansie.

Simonetta Cinaglia

 

 

Una vita da librario, Città di Castello, Jo March, 2014.

Un libro che rimane accanto.

Scritto da calembouril 17 novembre 2014

Il libro di Nicola Mucci è una storia semplice che si può incontrare in qualsiasi nostra città, con personaggi che potrebbero essere i nostri vicini di casa.
Il linguaggio e la storia scorrono da una pagina all’altra con discrezione e gentilezza. Un candore che illumina tutto il percorso del protagonista. Un viaggio che ricomincerà in terre lontane ma legate intimamente alla sua vita di provincia. L’amore per i libri è il soggetto sussurrato tra le righe che l’autore ha sapientemente costruito per urlare piano un messaggio forte ma senza imposizioni: leggere fa bene a tutti perché ci insegna a riflettere e a saper decifrare gli animi che ci si presentano davanti.
Nell’ultima pagina c’è scritto FINE ma io, che l’ho letto in pochissimi giorni, non l’ho sentina pronunciare e non l’ho vista perché continuo a leggere i libri che mi ha suggerito Alfredo da molto lontano. Scopro nuove storie e nuove parole e con loro non ho messo da parte un testo prezioso come Una vita da libraio. Lui mi terrà compagnia e darà speranza a sogni neanche nati eppure nascosti in tutti noi.
Simonetta Cinaglia

Ho abbracciato l’alba d’estate di Arthur Rimbaud.

 

Nulla si moveva ancora sul frontone dei palazzi. L’acqua era morta. Le zone d’ombra non lasciavano la strada del bosco. Ho camminato, ridestando gli aliti vivi e tiepidi, e le pietre preziose guardarono, e le ali si alzarono senza rumore.

La prima impresa fu, nel sentiero già pieno di freschi e smorti fulgori, un fiore che mi disse il suo nome.

Io risi al wasserfall biondo che si scarmigliò attraverso gli abeti: sulla cima argentea riconobbi la dea.

Allora alzai ad uno ad uno i veli. Nel viale, agitando le braccia. Per la pianura, dove l’ho denunciata al gallo. Nella grande città, ella fuggiva tra i campanili e le cupole, e correndo come un mendicante sulle banchine di marmo, io la incalzavo.

In cima alla strada, vicino a un bosco di lauro, l’ho avvolta nei suoi veli raccolti, ed ho sentito un poco il suo corpo immenso. L’alba e il fanciullo caddero in fondo al bosco.

Al risveglio era mezzogiorno.

(da ‘Illuminazioni’, 1886 – Traduzione di Ivos Margoni)

Carissimi amici vi presento Barbara Raggi, la mia amica dalla culla a ora. Le nostre mamme ci presentarono quando scarrozzavamo in carrozzina addobbate di ciuccio e bavaglino. Orbene, siamo ancora qui, o meglio, Barbara sta a Roma e io a due orette di distanza a Corciano. La meraviglia della rete ci ha riunito con diverse vesti e ticchettii di tastiera. Ma la sostanza è la stessa. Tanto che, nell’essermi manifestatamente dichiarata felice in altre parti, ecco che lei mi invia questi meravigliosi versi. È un regalo che mi conduce a uno stato di grazia tale che completa questi giorni di fine agosto, in cui, ancora una volta, sono stufata dal sole che tutto scopre. Preferisco i giochi d’ombra e le nuvole grigiastre sotto le quali pensare e parlare accompagnata da un venticello ristoratore. Ove non vedo, immagino e fantastico storie ricamate da personaggi ambulanti di questa terra con animi disorientati e vispi, ricchi di sorprese. Più sto in mezzo alla folla, più mi agito e mi stanco perché tutti quegli occhi mi deviano in vite diverse e storie allettanti. La mia mente ha bisogno di soffermarsi sulle parole che scandiscono il rocambolesco viaggio che ogni giorno si costruisce nella mia immaginazione.

Barbara è una storica e scrive benissimo con una maestria che invoglia all’approfondimento. È un’amica preziosa, di quelle perle rare che si ha la fortuna d’incontrare nella vita.

Grazie Barbara.

Che mestieri fantastici!, di Massimo de Nardo, Tullio Pericoli e Stefano Batterzaghi, Ed. Rrose Sélavy.

mestieri

Una penna, un pennello e un lapis, questi gli strumenti per un libro ricco di sorprese e di dolcezza. La penna di Massimo De Nardo ci narra le storie di Nimbo, riparatore di nuvole, e di Dizzy, cercatore di parole.
Nimbo e Dizzy svolgono mestieri davvero molto particolari, anzi fantastici. Se le nubi han problemi, ecco che arriva l’intrepido Nimbo, con le sue tute sgargianti, a porre rimedio per quelle troppo piovose o troppo secche. Bianche e spumeggianti diventano il rifugio per gli uccelli spaventati dai fucili e Nimbo risolve anche questo inghippo con un geniale stratagemma.           La libertà volerà sulle ali di queste creature accompagnate dal sorriso dei bimbi. Devi scrivere un pensiero e non ti viene la parola? Telefoni a Dizzy e lui te la trova, gratis. Facile, vero? Lui è in grado di ritrovare anche le parole perse, quelle che non si usano più, quelle che non sono più a loro agio nei nostri discorsi. È davvero bravo nell’analizzare gli atteggiamenti positivi che stanno dietro i vocaboli caduti in disuso. In questi casi, quando riflette, guarda fuori dalla finestra e si accorge del grigiore che spenge la fantasia e la creatività. Si riappropria della sua positività, e compone un elenco di tutte le parole che stava cercando. La scrittura di Massimo De Nardo è davvero scorrevole e limpida, fino a far diventare favola il messaggio molto reale che si svela pian piano tra le righe giocose e allegre. Ogni immagine è un trampolino per mille altre idee. Certo ci sono i disegni di Tullio Pericoli che davvero ci conducono a infiniti altri paesaggi. La loro leggerezza ci trasporta oltre le nuvole riparate da Nimbo. Se non avessi rispetto e cura per il libro nella sua interezza, avrei già fatto dei quadri con i suoi disegni! Poi ci si sofferma a pensare dinanzi agli anagrammi di Stefano Bartezzaghi, e sì che il pensiero fa ginnastica e già m’immagino quanti rimarranno affascinati dai giochi con le parole! Un po’ come lo sono stata io stessa, trovando un tesoro per ogni vocabolo e le sue trasformazioni. Vien voglia di far le prove con un lapis: se si sbaglia, si ricomincia daccapo. Il libro ho letto che è destinato a bambini e ragazzi; bene io sono una bimba affascinata dal lavoro a sei mani che ha prodotto una storia destinata a un prestigioso futuro. Sia perché è “confezionata” con carta di pregio come un tomo prezioso, sia perché emerge un amore incondizionato per la natura e per la nostra terra in un’ottica innovativa e non scontata. Ai piccoli che lo leggeranno, auguro di conservarlo come un dono per come è, e per come vorranno rielaborarlo con le proprie mani. Solo a guardarlo vien voglia di raccontare, colorare e inventare altre storie.
Simonetta Cinaglia